TFA e DFA negli alimenti: cosa sappiamo sui contaminanti PFAS
Tra i contaminanti ambientali che stanno attirando crescente attenzione rientrano le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), utilizzate per anni in numerosi prodotti industriali e di consumo.
All’interno di questo gruppo, due molecole sono oggi particolarmente monitorate in ambito alimentare:
- TFA (acido trifluoroacetico);
- DFA (acido difluoroacetico).
Entrambi sono stati rilevati in alimenti, acqua e suolo, a conferma della loro ampia diffusione ambientale.
Il tema è stato approfondito da Gian Piero Luciani, Technical Manager di Tentamus Agriparadigma in un articolo pubblicato su T-Magazine, la rivista del Gruppo Tentamus Italia.
PFAS: cosa sono, a cosa servono e dove si trovano
I PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) sono una famiglia di composti chimici caratterizzati da un’elevata stabilità e resistenza alla degradazione. Proprio per questa caratteristica vengono spesso definiti “forever chemicals”, perché persistono nell’ambiente e possono accumularsi nel tempo.
I PFAS sono stati ampiamente utilizzati per le loro proprietà chimico-fisiche, in particolare:
- resistenza all’acqua e ai grassi;
- stabilità termica;
- capacità di creare superfici antiaderenti.
Per questo motivo sono stati impiegati in diversi ambiti industriali e di consumo, tra cui:
- materiali come il Teflon;
- gas refrigeranti (HFC e HCFC);
- alcuni pesticidi e prodotti chimici.
A causa della loro diffusione ambientale, i PFAS possono essere presenti in diverse matrici:
- acqua e suolo;
- aria;
- alimenti, inclusi prodotti biologici.
Differenza tra TFA e DFA
Le due sostanze hanno origini e comportamenti differenti:
- TFA (acido trifluoroacetico)
Si forma come residuo dalla degradazione di diversi composti, tra cui pesticidi, gas refrigeranti, materiali industriali e farmaci. È altamente persistente nell’ambiente. - DFA (acido difluoroacetico)
È un metabolita del pesticida flupyradifurone e rappresenta un indicatore della sua presenza negli alimenti.
Presenza negli alimenti: cosa dicono i dati
Dalle analisi effettuate è emersa una presenza frequente di TFA, anche in prodotti biologici. A supporto, ecco alcuni risultati tratti dalla letteratura:
- Frutta e verdura (2016, CVUA): TFA presente nel 23% dei campioni convenzionali e nel 13% dei bio. DFA praticamente assente.
- Vegetali da 55 Paesi (EURL, 2017): TFA trovato quasi ovunque; valori più alti nei prodotti convenzionali (es. cereali e carote).
- Miele (EURL, 2025): 79% dei campioni positivi al TFA, ma tutti entro i limiti di legge.
- Cereali e prodotti da forno (Global 2000, 2025): TFA in tutti i campioni, con valori triplicati rispetto a 10 anni fa. I prodotti bio risultano mediamente meno contaminati.
Perché il TFA si trova anche nel biologico
La presenza di TFA nei prodotti biologici è legata alla sua origine ambientale: aria, acqua e materiali industriali rappresentano fonti diffuse di contaminazione.
Il DFA, invece, deriva da un pesticida non ammesso nel biologico, motivo per cui risulta generalmente assente.
Normativa: dai limiti sui pesticidi al nuovo focus sui PFAS
Il Regolamento (CE) n. 396/2005 stabilisce limiti massimi di residui (MRL) per molti pesticidi:
- DFA: limiti tra 0,02 e 1,00 mg/kg
- TFA: nessun MRL specifico, ma valori tossicologici provvisori definiti da EFSA
A questo quadro si affianca oggi un’evoluzione normativa rilevante: il Regolamento (UE) 2025/40 sugli imballaggi e rifiuti di imballaggio (PPWR), che introduce restrizioni specifiche sui PFAS.
Dal 12 agosto 2026 entreranno in vigore i primi obblighi vincolanti, con limiti stringenti per i PFAS negli imballaggi a contatto con alimenti e requisiti più severi in termini di controllo e documentazione.
Questo segna un passaggio chiave: il tema PFAS non riguarda più solo contaminazione ambientale e residui negli alimenti, ma anche materiali a contatto e supply chain.
METODO DI ANALISI
Per la determinazione di queste molecole si utilizza la tecnica LC-MS/MS, che consente di rilevare concentrazioni molto basse (fino a 0,01 mg/kg).
Il nostro laboratorio, grazie a strumenti all'avanguardia e personale altamente specializzato offre:
- Test di presenza di sostanze pericolose come PFAS, fluoro totale e metalli pesanti.
- Prove di sicurezza alimentare e migrazione su imballaggio sensibile al contatto.
- Studi di shelf life per riduzione di packaging e ottimizzazioni.